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Buffon: “L’anno prossimo porteremo il Parma dove merita”

Il portiere: “Sono tornato per tanti motivi e, anche adesso che abbiamo fatto una stagione non bella, dico che sono felice per la scelta che ho fatto”

In mezzo all’entusiasmo travolgente dei ragazzi delle scuole elementari e medie de La Salle di Parma, Gigi Buffon è tornato studente per un giorno accanto al suo prof di sempre: Ermes Fulgoni, colui che lo ha aiutato a diventare quello che è diventato. C’è anche la sua firma sul gran pezzo di storia che Buffon ha scritto nel calcio. Sciarpe, bandiere e colori gialloblù fanno da sfondo a un incontro partecipatissimo. Per un giorno, Gigi si è seduto tra i banchi ed ha risposto alle domande degli alunni, ripercorrendo un po’ tutta la sua vita calcistica. E alla fine si è lasciato andare a una promessa:  “Sono tornato a Parma per tanti motivi e, anche adesso che abbiamo fatto una stagione non bella, dico che sono felice per la scelta che ho fatto. Sono convinto che il prossimo anno troveremo la strada giusta per far tornare il Parma dove merita“. Parola di capitano.

Mentre i ragazzi preparano le domande, sullo sfondo gira una vecchia intervista dove Ermes Fulgoni annunciava urbi et orbi che questo ragazzo sarebbe diventato “uno dei più grandi portieri degli ultimi 30 anni”. E alla fine ha avuto ragione lui. “Per trent’anni ho avuto la conferma che quello che ho detto quel giorno – dice Fulgoni – era giusto”. Lo è stato. “Senza Ermes, non avrei fatto questa carriera – dice Buffon -. Bisogna avere dei bravi maestri, quello è fondamentale. Come tutte l persone che abbiano un’impronta, io nel calcio con Ermes ho avuto lo stesso. Se non avessi incontrato lui, la mia carriera avrebbe preso un altro tipo di indirizzo. La responsabilità che hanno i maestri, come la responsabilità che aveva Ermes, è grande. La capacità di insegnare, di insegnare bene, è molto complicato. Nella mia vita non mi aspettavo tantissime cose, il 95% non me l’aspettavo. Ma queste cose le ho sognate. Non mi aspettavo di vincere un Mondiale, non mi aspettavo di giocarne 5, di giocare fino a 44 anni. Avevo però questo desiderio e questo sogno di fare quello che ho fatto.

Lasciare Parma dopo dieci anni mi è dispiaciuto, Parma è stata la città, le persone, la squadra che mi ha permesso di diventare quello che sono. Questo è un rapporto di affetto, di riconoscenza da parte mia. Sapevo benissimo che tutto quello che avrei fatto lo avrei fatto grazie a Parma e alle persone di Parma. Staccarmi era complicato. Devo anche dire che a un certo punto, per essere onesto e chiaro con me stesso, mi sono detto: “Gigi, se ambisci a diventare calciatore, capisci che Parma è in fase discendente”. L’avevo percepito, e nel momento in cui c’era la possibilità di fare un’altra scelta, lho fatta a malincuore. Volevo vincere a tutti i livelli. Nella mia carriera ho ottenuto più sconfitte: quando arrivi a competere con più alti traguardi, spesso giochi partite importantissime contro avversari fortissimi. Almeno forti quanto te. Se non di più. Ci sta che poi possa perdere le partite importanti: ho perso tre finali di Champions, una finale dell’Europeo. Significa che bisogna saper accettare la legge dello sport. Alcune volte tu puoi vincere o perdere. Ma la cosa più importante è quella di non avere rimpianti, di aver fatto il possibile per provare a vincere. Se gli altri saranno stati più bravi, accettiamo la sconfitta.

Tante volte ho desiderato cambiare ruolo, il ruolo del portiere è di grandi responsabilità. Le gratificazioni ce le hai, con te stesso. Ma molte volte non le percepiscono. Per un attaccante si dice: può fare novanta minuti brutti, ma se alla fine fa gol tutti parleranno di lui e si ricorderanno di lui. Ma se decidi di fare un ruolo devi seguire il tuo carattere. Io sono un altruista. Mi sono accorto che provavo felicità ad aiutare il compagno più debole, il compagno di classe che aveva difficoltà in qualche materia. Chi gioca portiere o difensore, è molto più altruista rispetto a chi fa altri ruoli. Non avrei mai potuto fare l’attaccante. Avevo un indole completamente diversa.

Una volta aver vinto il Mondiale, la mia felicità è stata quella di aver reso felice il mio popolo. Ma il mio esordio è stato il momento più bello. Coronavirus il sogno di una vita, del tifo bambino. Darei tutto me stesso per giocare almeno una partita in serie a. Il giorno in cui ho esordito devo dire che è stata la chiusura di un cerchio e il motivo per il quale avevo fatto 11 anni di piccole rinunce e mini sacrifici, il tutto finalizzato a non avere rimpianti. Avevo fatto tutto il possibile, ho messo molto del mio con passione ed entusiasmo. Il giorno più bello è stato quello. La città di Parma era bellissima, quando sono tornato l’ho trovata ancora più bella. In via Farini nel 2001 passavano ancora le macchine. Ora è sempre elegante, è una città che ha gusto ed ha una qualità che dipende dai cittadini. I prossimi cittadini sarete voi: la cosa più bella di Parma e delle persone è l’educazione. Difficile trovare tanta educazione nel resto d’Italia.

Tornare a Parma? Qualcosa è cambiato. Avendo fatto vent’anni tra Torino e Parigi, qualcosa nel modo di vivere cambia. Alla fine Parma l’ho sempre sentita vicina a me, l’ho sempre sentita una città speciale. Un po’ come il mio rifugio. I dieci anni che ho fatto fa ragazzo sono quelli più importanti in una formazione per il ragazzo. Ho cominciato in terza media, avevo i miei amici qua, i rapporti. La paura di ritornare non l’ho mai avuta, ho sempre avuto la sensazione di tornare in un posto nel quale sentivo pa stima l’affetto che la gente provava per me c anche se giocavo in un’altra squadra. Un coinvolgimento sentimentale che non mi ha fatto pensare alle differenze. Sono tornato qui per tanti motivi è ancora adesso che abbiamo fatto una stagione non bella sono felice per la scelta che ho fatto. Sono convinto che il prossimo anno troveremo la strada giusta per far tornare il Parma dove merita.

Il messaggio che si può lasciare stamattina e che penso sia importante è quello che veramente: se abbiamo un sogno, spendiamoci con serietà verso questo sogno. Ma non perché per forza bisogna arrivarci, ma per non avere rimpianti. Arrivare alla fine di un’esperienza è dire: c’è l’ho fatta, ok ma anche dire: non ho rimpianti. Ho dato tutto ma non c’è l’ho fatta. Se siete bambini e futuri uomini la cosa più bella della vita sono le emozioni che la vita ti riserva. Sono la cosa che più ti gratifica. Bisogna avere una condotta di professionalità e serietà che deve essere alta. Non esiste solo il sacrificio, ma anche il divertimento. Ma al campo, immediatamente cambiavo aspetto. Non mi piace fare brutte figure e perdere tempo. Voglio dimostrare di essere il più forte anche a novanta anni. Se le faccio bene ho soddisfazione, mi sento forte e in sintonia con gli altri e predisposto in modo migliore”.

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