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D’Aversa e De Zerbi: mondi diversi, stesse ambizioni

La sfida tra Parma e Sassuolo mette di fronte due allenatori che sono prima di tutto amici, quasi coetanei, che hanno in comune molte cose

Da un lato RDA, dall’altro … RDZ. Roberto e Roberto hanno in comune un sacco di cose: le iniziali di nome e cognome, un passato da centrocampista, il Milan (la squadra che li ha lanciati nel calcio che conta), il Monza (dove prima uno e poi l’altro sono arrivati condividendo lo stesso spogliatoio per poco meno di una stagione, sotto la guida del tecnico Pier Luigi Frosio), la passione per la panchina, un periodo di lavoro con il direttore sportivo Daniele Faggiano, oltre all’attuale interesse di altre squadre. D’Aversa e De Zerbi hanno in comune tante cose, ma non la visione del calcio, il modo di pensare al pallone. Quello è agli antipodi.

La sfida affascinante tra due filosofie di pensiero che si ripete anche quest’anno ha un sapore particolare. Tra i due ci sono quattro anni di differenza, tant’è che quando il giovane De Zerbi è arrivato a Monza, all’età di 20 anni, D’Aversa aveva già 24 anni e un po’ di esperienza alle spalle, quella che servì a prendere il trequartista sotto la sua ala protettiva. Fu in Brianza che maturò l’amicizia tra i due tecnici che si sono ritrovati prima sul campo del Foggia, quando D’Aversa ne seguì gli allenamenti, poi da avversari sulle panchine di Parma e Sassuolo. Malgrado De Zerbi sia più giovane, ha cominciato ad allenare prima rispetto a D’Aversa. A 34 anni era già sulla panchina del Darfo Boario, società di Serie D che sotto la guida del tecnico bresciano retrocesse in Eccellenza. D’Aversa invece si è seduto per la prima volta in panchina all’età di 39 anni, su quella del Lanciano, squadra nella quale ha finito da calciatore. Obiettivo subito raggiunto. La società – che da responsabile dell’area tecnica lo promosse ad allenatore – gli chiese la salvezza e lui gliela regalò con il quattordicesimo posto mantenendo la categoria.

Diversi da allenatori, D’Aversa e De Zerbi furono agli opposti anche mentre battagliavano sui campi indossando gli scarpini. Perché il primo è stato un giocatore intelligente, dotato di una grande corsa e di un’ottima visione di gioco. Una mezzala che oggi avrebbero definito come tuttocampista. Molto abile con la palla al piede, ancora di più quando la palla ce l’avevano gli altri. Esuberante, dotato di una buona personalità che poi è diventata una dote anche nella sua esperienza da allenatore. La stessa che lo ha portato a discutere con qualche compagno di squadra e pure con qualche allenatore.

Altra cosa De Zerbi, giocatore dal carattere introverso: buon dribbling, più assistman che goleador, RDZ vantava una buona tecnica e una grande abilità nella visione di gioco. A Foggia, con Pasquale Marino sulla panchina dei satanelli, conquistò la promozione in Serie C1, con tanto di soprannome che ne evidenziò le caratteristiche di calciatore: lo chiamarono Luce. La sua avventura da allenatore, come quella di D’Aversa, andò sicuramente meglio. Come quella di Bob. Ma RDA ha avuto maggiori esperienze in Serie A rispetto a RDZ: 96 presenze contro 3. Un confronto impari, che ha più ragione di esistere in panchina, dove per adesso la bilancia pende dal lato dell’allenatore crociato. 221 le panchine per De Zerbi, 79 vittorie e 85 sconfitte: con una percentuale del 35,75%, considerando anche i 57 pareggi. D’Aversa invece di panchine ne ha totalizzate 204, 75 di queste vincenti. Il suo palmares è molto più ‘pesante’ rispetto a quello di De Zerbi: un quattordicesimo posto (con il Lanciano) e un esonero (sempre con il Lanciano), una promozione in Serie B, una in Serie A e una salvezza, contribuendo a scrivere la storia del Parma in maniera indelebile.

De Zerbi invece ha cominciato con una retrocessione con il Darfo Boario: dalla Serie D all’Eccellenza, ha proseguito poi con un settimo posto e una finale persa contro il Pisa nei play off di Lega Pro, alla quale è seguita una rescissione consensuale con il Foggia. A Palermo è subentrato a settembre del 2016, collezionando la serie negativa record per i siciliani: sette sconfitte consecutive in Serie A (l’ottava in Coppa Italia con lo Spezia ai rigori costò cara) furono sufficienti a spingere Zamparini per l’esonero. L’anno dopo subentra sulla panchina del Benevento, ancora in Serie A. Ma non salva la squadra e retrocede in Serie B.

Risultati diversi, figli di una diversa filosofia. D’Aversa è più pragmatico, meno spettacolare – se volete – più concreto. Un maestro di tattica, per intenderci, un grande conoscitore degli avversari, uno che tira fuori dai suoi giocatori il massimo, migliorandoli. De Zerbi pensa più in verticale, attacca ma non sempre attaccare è sinonimo di vincere.

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