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Nanni: “Il protocollo è sicuro, i club siano più attenti”

Il medico della Figc ha parlato al Quotidiano Sportivo

«I contagi in crescita nelle squadre? Vale la regola che vale per tutto il Paese: se all’interno del gruppo squadra le regole del protocollo vengono rispettate in modo rigoroso non c’è ragione di temere una nuova sospensione dei campionati». Gianni Nanni è un nemico dichiarato dell’allarmismo ad oltranza. «Basta confrontare i numeri del Paese di oggi con quelli di marzo per capire che siamo di fronte a situazione molto diverse tra loro», dice nella sua doppia veste di responsabile sanitario del Bologna e rappresentante dei medici dei club di A nella commissione medico-scientifica della Figc.

Dottor Nanni, i numeri sono innegabilmente diversi. Ma è altrettanto innegabile che i positivi nel Paese crescano, così come nelle squadre.
«La crescita dei contagi nel Paese purtroppo era da mettere in preventivo, dopo quel clima eccessivo da liberi tutti che ha caratterizzato l’estate. E se si allentano le attenzioni, il virus rialza la testa».

Purtroppo sta succedendo anche negli spogliatoi delle squadre. Il Genoa falcidiato, il derby di Milano che ogni giorno perde pezzi, l’Under 21 azzurra rispedita a casa: che cosa sta succedendo?
«Il calcio è una comunità che in qualche modo costringe chi ne fa parte a trascorrere gran parte delle ore della giornata assieme: che sia un campo di allenamento, uno spogliatoio o un hotel».

Sembrano essere diventate proprio quelle le autostrade del virus. Tanto che in molti spingono per rendere più rigido il protocollo.
«Non sono di quell’idea. Il protocollo può essere certamente aggiornato sulla base delle nuove evidenze epidemiologiche (ieri in una videoriunione i medici di A hanno valutato ’possibili integrazioni’, ndr): ma non va cambiato in modo radicale. La prima cosa da fare è rispettare in modo rigoroso quello esistente».

Lei pensa che qualche club sia meno rigoroso di altri nel far rispettare le regole?
«Io mi limito a fare un richiamo generale perché tutti si adeguino strettamente a ciò che prescrive il protocollo. La cosiddetta bolla è sicura, ma a patto che si rispetti per filo e per segno ciò che viene indicato».

Per esempio?
«Nei centri sportivi non può entrare chiunque. E a tutti quelli che entrano, in ogni caso, dev’essere misurata la temperatura. E poi: anche nello spogliatoio va indossata la mascherina e bisogna osservare il distanziamento. Ma per fare questo serve il giusto numero di dispenser per l’igienizzazione delle mani. E occorrono spogliatoi ampi e areati a dovere. Sto solo facendo l’elenco delle cose che sono contenute nel protocollo…».

E se poi un calciatore poco professionista va a bersi una birra dove c’è assembramento e viene contagiato?
«Questo purtroppo non lo possiamo escludere. Ma se nel suo gruppo squadra si osservano le regole, il suo resta un caso isolato e non s’innesca un focolaio».

Quanto al timore che i positivi di una squadra possano contagiare quelli di un’altra in partita?
«E’ un’ipotesi che ritengo poco plausibile. Il problema non è durante la partita: è prima e dopo. Il Genoa, per fare un esempio, ha affrontato il Napoli presumibilmente con una decina di contagiati in squadra e nel club di De Laurentiis i positivi sono risultati solo due. Essendo la Campania una delle regioni che oggi più soffrono per la risalita dei contagi, chi mi dice che i positivi del Napoli non siano stati contagiati, chessò, al ristorante?».

Lei quindi non teme un nuovo stop della serie A.
«No, io sono fiducioso che si possa andare avanti. Inizierei a preoccuparmi solo se mi accorgessi che non tutti, anche all’interno dei club, rispettano rigorosamente il protocollo. Ma sono sicuro che arrivare in fondo al campionato sia nell’interesse di tutti».

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