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Parma, oltre a Buffon il buio

Progetto tecnico fallito: c’è da rivedere tutto: dal mercato alla gestione societaria, passando per il campo. Serve un cambio di rotta

È finita con una pioggia di fischi e con il capitano che ha stretto tra i denti tutta la sua rabbia, mordendo la maglia dell’anniversario. Chissà se Gigi Buffon, diventato ancora il bersaglio preferito dagli avversari nel luna park Parma dove si divertono solo gli altri, si sarà pentito di aver accettato l’opzione romantica per chiudere la sua gloriosa carriera. Autore dell’ennesima prestazione salva vita, questa non è bastata a redimere la nebbia che ieri ha avvolto il Tardini evidenziando i limiti di una squadra andata in difficoltà al primo tentativo degli avversari di voler alzare i ritmi. E l’operazione rimonta è tramontata anche domenica. Passa quasi inosservato il gol che ha sbloccato la partita, un inserimento di Stanko Juric che ha corso per tutta la partita ma a vuoto, di cui nemmeno i tifosi si sono accorti. Infatti è stato festeggiato in maniera mesta.

Mesto è stato il Parma, che continua a essere un equivoco irrisolto. Un enigma, un rebus anche per chi lo vive da dentro. Come Enzo Maresca che, dopo l’ennesimo passo falso, fatica a spiegarsi perché certe cose accadano. “Dispiace, nella prima mezzora eravamo in pieno controllo della gara, poi nel secondo tempo è andata in modo diverso e si fa davvero fatica a capire”. Se si guardano i numeri, la situazione diventa ancora più grave: il Parma ha calciato solo 3 volte verso Vigorito (il Cosenza 16), 2 centrando il bersaglio. Poco, pochissimo per chi all’inizio di questa avventura aveva sciorinato principi di gioco nobili, appartenenti a un’altra filosofia – lontana anni luce dal calcio italiano – che oggi, dopo quattro mesi, sembra sempre più estranea al calcio nostrano.

Forse bisognerebbe capire che il progetto – per quanto nobile – regge solo se alimentato da risultati e punti. Altrimenti quelli del Parma restano solo buoni propositi senza nessun senso: come le parole dette mesi fa, piene di speranza ma che a distanza di tempo certificano il fallimento del progetto, a ogni latitudine: “Vogliamo andare su un modello di club dove il calcio offensivo sia una priorità, senza parlare di sistemi, quello lo deciderà l’allenatore. Vogliamo un calcio offensivo, con pressing, senza aver paura di nessuno. Poi starà all’allenatore modellare la squadra – aveva detto Javier Ribalta nel giorno della sua presentazione alla stampa -“. Il direttore dell’area tecnica ha sempre ribadito di essere consapevole di dover vincere a tutti i costi, ma al momento la squadra non sembra essere all’altezza di certi traguardi.

E in un certo senso lo ha fatto capire anche Maresca in conferenza stampa, alla vigilia: “La metà dei nostri ragazzi non hanno idea di dove si stia giocando dal punto di vista del calore umano – aveva detto il tecnico – marcando i limiti caratteriali visti poi in campo in diverse uscite”. La partita contro il Cosenza, così come tutta la stagione fino a qui, ha detto cose totalmente diverse da quelle che erano le intenzioni del Parma. Se lasciamo depositare la sabbia, si vedono nell’acqua limpida che le belle parole, i principi, sono rimasti solo slogan, e dopo 13 giornate – sempre per citare Maresca – “se la classifica è questa, c’è più di qualcosa che non va”.

Non c’è un calcio offensivo, non c’è un pressing nel recupero palla, c’è paura di tutti, anche del Cosenza (con tutto il rispetto per il Cosenza), una squadra allestita due settimane prima di fretta e di furia perché ripescata dopo la vicenda Chievo. C’è da rivedere un progetto che non sta in piedi, che sta demolendo le tesi di inizio anno e sta certificando le difficoltà di una squadra che – ad oggi – evidenzia limiti tecnici e caratteriali riconosciuti dal suo allenatore diventato il bersaglio dei tifosi che anche ieri hanno contestato pesantemente la squadra. Al di là dei limiti del tecnico, le responsabilità vanno chiaramente divise in ogni ordine e grado. Ci deve essere la consapevolezza che – ora come ora – guardare più in la di Como (come ha detto Vazquez) non si può. E forse ammettere di aver corso troppo in certe dichiarazioni, per lo meno riconoscere che a fine novembre la squadra non è pronta per certi ragionamenti.

Questa responsabilità di dover vincere un campionato, ribadisco anche oggi che può sembrare una pazzia, comunque me la assumo; poi c’è a chi pesa di più dentro e a chi meno: per chi ha una storia alla spalle il peso è relativo, a chi non ce l’ha gli pesa di più”. Maresca si assume la responsabilità di dover vincere, una responsabilità che gli è piovuta dall’alto, ma non è detto che la condivida. Perché il giorno della sua presentazione lui stesso ha ammesso di cominciare un percorso di crescita che magari avrebbe portato alla vittoria in due anni. Visioni differenti? Forse, e pensare che solo venerdì, due giorni prima della partita, Jaap Kalma, aveva ribadito che l’obiettivo era ancora quello di vincere il campionato…

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